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Ironie e ipocrisie dell'Affair Ferrante

Con la mia inchiesta ho scatenato un putiferio etico, giornalistico e letterario. Per me non è una novità essere bersaglio di accuse da parte dei soggetti di cui scrivo, e ancor più dai loro fan. Quindi non posso dire di esser stato colto impreparato. Quello a cui non ero preparato è il grado d’ironia, ipocrisia e manipolazione dei fatti che ha contraddistinto la vicenda.

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Se solo le altre mie inchieste avessero suscitato la stessa passione

Noto che tutti coloro che mi hanno criticato per aver sprecato il mio tempo su un tema che non lo meritava, lo hanno fatto con straordinaria passione.

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Chi è Elena Ferrante

«Non domandatemi chi sono… è una morale da stato civile. Regna sui nostri documenti. Ci lasci almeno liberi quando si tratta di scrivere», affermò Michel Foucault quasi cinquant’anni fa. E per quasi un quarto di secolo anche l’autrice della tetralogia napoletana de L’amica geniale ha rigettato quella morale celandosi dietro allo pseudonimo di Elena Ferrante. Di lei, dunque, non sono mai state pubblicate foto. Né è mai stato stabilito chi sia veramente. Come riporta la quarta di copertina di ogni suo libro, si sa solo che «è nata a Napoli».

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La forza di Goldi

Nella narrativa di Elena Ferrante non si vedono tracce della storia personale di Anita Raja. I drammi descritti sono quelli dei bassi napoletani, dell’immediato dopoguerra italiano, degli anni di piombo, sono le prepotenze sociali e le sopraffazioni sulle donne. Nessuno dei suoi libri lascia trapelare segni delle tragedie vissute dalla famiglia materna di Raja - dei pogrom in Polonia, delle persecuzioni naziste in Germania, dei soprusi razziali in Italia o della grande bestia dell’Olocausto che in tre anni ha divorato i bisnonni e una dozzina di altri suoi familiari.

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