L'ENI e il miliardo della concessione petrolifera nigeriana OPL 245

L'inchiesta sull'acquisizione del campo petrolifero nigeriano OPL-245 e del miliardo di dollari pagato da Eni insieme a Shell

13 settembre 2014, 11:43

Dopo il breve tweet di venerdì 12 settembre, in cui non si dichiarava affatto pentito della scelta di Claudio Descalzi alla guida dell"Eni, ieri alla Camera il Primo ministro Matteo Renzi  ha nuovamente fatto riferimento all'inchiesta della Procura di Milano sull'acquisizione del campo petrolifero nigeriano OPL-245 da parte dell'ENI.  

Renzi ha dichiarato di rifiutarsi di "consentire a un avviso di garanzia di condizionare la politica aziendale del nostro Paese". E ha aggiunto che questa sua posizione  contribuirà a "rendere l'Italia un Paese civile". 

Beh, un attimo... io conosco molti Paesi civili nei quali gli amministratori delegati si dimettono se sbagliano, e non solo se sono riconosciuti colpevoli di un reato dopo tre gradi di giudizio. Si prenda il Paese relativamente civile in cui vivo, gli Stati Uniti: il 2 settembre scorso l'Ad di Centerplate, gigante del catering di manifestazioni sportive e spettacoli, si è dimesso dopo che era emerso un video in cui veniva ripreso mentre prendeva a calci il suo cane! Insomma il dirigente si è dimesso per un suo comportamento sbagliato.

In un messaggio che i dipendenti ENI hanno trovato ieri nel loro portale, Claudio Descalzi ha scritto: "Voglio che voi sappiate con certezza che l’acquisto del blocco OPL 245 è stato condotto correttamente e nel rispetto di ogni normativa da parte di tutti coloro che ci hanno lavorato, a cominciare da me".  

Sul rispetto della normativa o meno si esprimeranno eventualmente i tribunali, ma sullo "stile manageriale" dell'Ad di ENI, a mio giudizio, ci si può esprimere anche adesso sulla base dei fatti già accertati. Quei fatti bisogna però conoscerli. Eccoli:

La saga dell'OPL-245 ha avuto inizio nell'era dell’ex Amministratore delegato Paolo Scaroni, ma il problema sta esplodendo adesso, nell'era di Claudio Descalzi. E riguarda entrambi. Perché entrambi si sono interessati all’acquisizione della concessione di sfruttamento di quel campo petrolifero.

Il dato di fatto, riconosciuto da tutte le parti in causa, è che ENI ha pagato un miliardo e 92 milioni di dollari per ottenere il 50% di una concessione che nel 1998 l’allora Ministro del petrolio nigeriano Dan Etete aveva assegnato a una società, Malabu, da lui stesso segretamente controllata.

La Procura di Milano sostiene poi che il grosso di quella cifra sia stato utilizzato a fini corruttivi.

L’ENI respinge l’accusa, sottolineando “di aver stipulato gli accordi per l'acquisizione del blocco unicamente con il Governo nigeriano e la società Shell” e spiegando che “l’intero pagamento per il rilascio a ENI e Shell della relativa licenza è stato eseguito unicamente al governo nigeriano”.

Sia il responsabile dell’Ufficio legale del Cane a sei zampe Massimo Mantovani sia l’allora Ad Paolo Scaroni lo hanno confermato anche in un’audizione al Senato (di cui per fortuna abbiamo copia -  vedi sotto il post "3 aprile 2014").

Ma da documenti e testimonianze da me raccolte risulta chiaramente che, per oltre un anno, alti dirigenti ENI hanno discusso di quell’acquisto sia con un mediatore nigeriano, Emeka Obi, sia con il suo socio italiano, Gianluca Di Nardo. E che le trattative tra i quattro principali protagonisti – ENI, Shell, Governo nigeriano, e Malabu/Etete – prevedevano che il conto gestito dal Governo nigeriano dove è stato bonificato il denaro costituisse solo un parcheggio temporaneo.

Il cammino dei soldi sarebbe poi dovuto andare a Malabu e altri (come effettivamente è stato).

In pratica, come ha peraltro testimoniato lo stesso Ministro della Giustizia nigeriano, il Governo di Abuja avrebbe giocato un ruolo di mero comprimario in una trattativa che nel corso di un anno e mezzo, dall’autunno del 2010 alla primavera del 2011, sul lato dei venditori ha avuto come protagonisti due nigeriani e due italiani. Parliamo di Dan Etete, del faccendiere nigeriano Emeka Obi, del suo socio italiano Gianluca Di Nardo e dell’affarista Luigi Bisignani.

Io mi occupo della vicenda dal lontano 8 agosto 2012. E più recentemente ho scritto altri tre articoli su Il Sole 24 Ore. E più recentemente ho scritto altri tre articoli su Il Sole 24 Ore. Il primo è del 5 luglio di quest’anno. Il secondo del 12 settembre e il terzo del 13 settembre.

Ma nel giornale lo spazio è sempre limitato, mentre un blog, a parte l’immediatezza, offre un grande vantaggio: si possono mettere a disposizione di chi è interessato le prove documentali di ciò che si scrive.

Ho così deciso di ricostruire la vicenda prima per sommi capi (ma con documentazione “iperlinkata”) e poi, a seguire, attraverso una ben più dettagliata cronologia (in cui le mie spiegazioni sono mostrate in grassetto e i testi originali in inglese sono in corsivo; il resto è testo tratto da documenti).

Cominciamo dal ruolo dei mediatori: ENI sostiene di aver trattato con il Governo, ma i documenti raccontano un’altra storia. E lasciano pensare che siano stati dirigenti dell’ENI a favorire l’innesto di intermediari tra il colosso italiano e il venditore.

A dimostrarlo sono alcuni scambi di posta elettronica tra dirigenti ENI e le deposizioni di Scaroni, Bisignani e Di Nardo.

Le email dimostrano che l’11 dicembre 2009 Ciro Pagano, Ad della controllata dell’Eni in Nigeria NAE, riceve Olufemi Akinmade, un geologo che aveva prima lavorato al Ministero del petrolio con Dan Etete e poi alla stessa NAE. “Ho incontrato, dietro sua richiesta, Chief Akinmade, che mi ha illustrato lo status del blocco OPL 245 (…) Malabu sarebbe particolarmente interessata a un nostro coinvolgimento”, scrive Pagano in un suo resoconto elettronico interno che attesta un fatto indiscutibile: in quel momento ENI aveva modo di negoziare direttamente con Malabu, attraverso una figura, Akinmade che non solo sapeva essere molto vicina al proprietario di Malabu ma, da ex dipendente di NAE, era ben nota anche a ENI.

Appena tre giorni dopo, il 14 dicembre, Emeka Obi invia una mail a funzionari NAE proponendosi come intermediario nella compravendita dell’OPL 245, sostenendo di avere un mandato di vendita di Malabu.

La logica e la prassi prevederebbero che, in un’operazione che sin dall’inizio si sapeva complessa e costosa, un compratore cercasse di evitare intermediazioni. Poiché un uomo di fiducia di Etete noto a NAE aveva, di propria iniziativa, aperto un canale di trattativa diretta con il venditore, logica e prassi avrebbero dovuto portare ENI ad aprire un negoziato con Akinmade/Malabu e dire “no grazie” a Obi.

Invece che succede? Il 24 dicembre 2009, con prontezza straordinaria, il responsabile della Nigeria a San Donato Milanese, Roberto Casula, e non il responsabile in loco Ciro Pagano, invia a Obi una lettera “di espressione di interesse” in cui si dichiara “in grado di agire velocemente su questa opportunità”.

Una possibile spiegazione viene dalle deposizioni rese da Scaroni e Bisignani nel marzo 2011 alla Procura di Napoli (che, indagando sulla vicenda P-4, aveva messo sotto controllo Bisignani intercettando svariate conversazioni relative all’OPL-245).

Ecco quello che ha dichiarato ai magistrati l’allora Ad dell’Eni Scaroni: “Circa un anno fa il Bisignani mi disse che c’era (…) un nigeriano che diceva di avere un mandato per vendere una quota della Malabu. Al riguardo io presentai il Bisignani al Descalzi che è il responsabile del settore Oil dell’ENI e cioè il soggetto ENI che doveva occuparsi della vicenda”.

Alla Procura napoletana Bisignani non ha esitato a spiegare così il motivo del suo interessamento nella vicenda: “Il Di Nardo avrebbe lucrato una mediazione se l’affare fosse andato in porto e anch’io sicuramente avrei avuto la mia parte.”

Insomma, se ENI non aveva motivi per favorire l’intromissione di Obi nella trattativa, Di Nardo e Bisignani ne avevano uno non insignificante: il “lucro”.

Fatto sta che, agendo sempre con grande prontezza, il 24 febbraio 2010, in veste di Chairman di NAE, Roberto Casula firma un “Confidentiality Agreement” con Energy Venture Partners, una scatola vuota registrata alle British Virgin Islands controllata da Obi.

La clausola-chiave è la n.11, che recita: “Senza il consenso scritto della Parte concedente (EVP), la Parte ricevente (ENI/NAE) non potrà avere contatti con dipendenti, clienti, fornitori o agenti di Malabu ovvero qualsiasi suo affiliato fino alla scadenza o cessazione del mandato di EVP".

In pratica, con quell’accordo Casula si impegna a non trattare direttamente con Malabu bensì passare attraverso la mediazione di Obi. Di fatto non è Obi a concedere una esclusiva a Eni (quella l’avrebbe potuta concedere solo Malabu) ma ENI a Obi.

Da allora, per ben otto mesi, ENI tratta la possibile acquisizione del campo petrolifero OPL-245 esclusivamente attraverso Energy Venture Partner. Fino ad arrivare a mandare alla stessa EVP un’offerta.

Parliamo della proposta di acquisto del 30 ottobre 2010, nuovamente firmata da Casula. Tutti questi sono fatti documentati e indiscutibili. Sui quali ENI preferisce sorvolare e non ha finora mai spiegato.

Quello che ENI invece ha sempre detto, ridetto e sottolineato è che l’accordo finale è stato fatto con il Governo nigeriano. E che Obi alla fine non ha avuto alcuna commissione dalla vendita (tant'è vero che ha dovuto fare causa a Malabu presso il Tribunale civile di Londra per ottenere il suo compenso).

Questo è senza dubbio vero. Ma esiste una spiegazione, fornitami da una “persona informata dai fatti” che ha chiesto l’anonimato: “Obi è rimasto interlocutore dell’ENI e parte della trattativa fino a metà novembre quando gli accordi che si erano già raggiunti - incluso sulla cifra da pagare a Malabu – furono inaspettatamente fatti saltare da una denuncia di un ex socio di Etete in Malabu ricorso a un tribunale nigeriano per rivendicare la sua parte. A quel punto lo schema concordato, che prevedeva l’acquisto del 50% della concessione da parte di ENI direttamente da Malabu, è saltato. Le parti hanno dovuto dunque chiedere l’intervento del Governo, con il quale si è trovato una soluzione formalmente molto meno compromettente per tutti: il Governo avrebbe revocato la concessione a Malabu e poi, previo pagamento su un conto appositamente aperto, avrebbe emesso la licenza a ENI-Shell. A quel punto l’accordo finale non poteva più prevedere un ruolo per l’intermediazione di Obi, perché ufficialmente le uniche parti coinvolte erano il Governo ed ENI-Shell. Una volta poi che il Governo avesse girato i soldi a Malabu, sarebbe spettato a Etete il compito di dividere eventualmente la torta con altri, Obi incluso. Invece Etete, che aveva sempre visto mal accettato Obi, da lui ritenuto al servizio di ENI come attestato dal procedimento londinese, ha colto l’occasione per tentare di non pagare Obi”.

Che questo sviluppo abbia colto di sorpresa gli italiani in contatto con Obi lo dimostrano le intercettazioni “napoletane”.

Il 17 novembre 2010, Descalzi avverte Bisignani: “Volevo dirti che adesso mi telefonano dalla Nigeria che il Ministro e presidente - quindi viene dal presidente - vogliono firmare tutto entro domani... ho mandato già un messaggio… a chi tu sai… perché non lo so dall'altra parte cosa stanno facendo, se è rientrata la cosa… però volevo subito avvisare”.

E Bisignani prontamente avverte Di Nardo: “Avverti il ragazzo (Obi) che il signore Fortunato (Goodluck Jonathan, presidente della Nigeria) e la signora (la Ministra del petrolio nigeriana) (…) hanno detto che tra domani e dopodomani vogliono fare questa cosa”.

Ma a quel punto non c’è modo di far nulla. Perché l’unica soluzione possibile prevede che subentri il Governo come interlocutore di ENI e Shell. Si poteva solo contare sul fatto che poi Etete avrebbe riconosciuto la parte di Obi.

Insomma il fatto che Eni abbia pagato su un conto formalmente controllato dal Governo nigeriano il miliardo e 92 milioni concordato nella trattativa fatta precedentemente con Malabu è dovuto all’imprevista denuncia dell’ex socio di Etete che, facendo saltare il banco alla vigilia dell’ accordo ENI-Malabu, ha forzato una soluzione alternativa con il Governo nigeriano in veste di mero garante.

E in questo nuovo schema a Obi non era oggettivamente possibile riconoscere alcun ruolo a Obi (e in ogni caso: chi glielo avrebbe riconosciuto visto che Etete non lo voleva?).

Un dato certo è che quel miliardo e spiccioli bonificati da Eni sul conto JP Morgan gestito dal Governo nigeriano è rimasto lì ben poco tempo.

Cinque giorni dopo il loro arrivo, per l'esattezza il 31 maggio 2011, JP Morgan ha infatti ricevuto istruzioni dal Governo nigeriano di trasferire l'intera somma su un conto svizzero associato a una scatola vuota.

Quando la banca svizzera (vedi i miei articoli del 12 e 13 settembre 2014) ha respinto il bonifico, dopo un ulteriore tentativo fallito in Libano, i soldi sono stati trasferiti su conti aperti da Malabu in Nigeria e poi da lì spostati in varie direzioni.

La Procura sostiene che una fetta sostanziale di quei fondi, pari ad almeno 523 milioni, sia stata utilizzata a "fini corruttivi". Ma in realtà è l'intero miliardo (e 92 milioni) a essere finito nelle mani di personaggi corrotti, in primis l'ex Ministro del petrolio Dan Etete.

Sappiamo infatti che della cifra bonificata dall'ENI sul conto JP Morgan niente è andato al Governo nigeriano. L'unico pagamento al Governo di Abuja è venuto dalla Shell, ed è stato di appena 207 milioni di dollari (il cosidetto "signature bonus").

E se il teorema della Procura fosse provato, a dovere rispondere di corruzione non sarebbero solo Eni, Scaroni e Descalzi ma anche Shell.

Perché, sebbene il versamento sul conto JP Morgan - che per l'esattezza era di 1.092.040.000 dollari - sia stato fatto dall'ENI l'accordo tra la sussidiaria locale di ENI, NAE, e le due di Shell, SNUD e SNEPCO, prevedeva che la compagnia anglo-olandese contribuisse a quella somma per un totale da me calcolato in 112 milioni e 40mila dollari.

E per Obi e Di Nardo com'è finita? Il 17 luglio 2014 il Tribunale di Londra, al quale era ricorso con il supporto finanziario di Di Nardo per far valere le sue ragioni gli ha dato parzialmente ragione: dei 200 milioni di dollari che pretendeva da Malabu come compenso per la sua intermediazione, la giudice gli ha assegnato 110 milioni.

Quei soldi, che erano stati congelati dalle autorità britanniche quando Obi ha fatto causa, sono stati così trasferiti su un conto in Svizzera di Obi.

Insomma, alla fine il nigeriano la commissione (per sua stessa ammissione da spartire con Di Nardo) è riuscito a ottenerla.

A rompergli le uove nel paniere è però intervenuta la Procura di Milano che ha chiesto e ottenuto dalle autorità svizzera il congelamento di quei soldi.

La Procura milanese ha infine chiesto e ottenuto anche il congelamento del resto dei fondi bloccati all'inizio della causa che sarebbero dovuto essere restituiti a Malabu, e cioè $84.940.333 tenuti su un conto gestito da un'agenzia londinese della NatWest Bank.

Un'osservazione finale: il 3 aprile 2014, in un’audizione presso la Commissione Industria del Senato presieduta dal senatore democratico Massimo Mucchetti, l’allora Ad dell’Eni aveva negato con grande fermezza di aver mai parlato a Bisignani del campo petrolifero nigeriano OPl-245. Il che è in aperta contraddizione con quello che aveva detto nella deposizione ai magistrati napoletani dell’8 marzo 2011.

 



I protagonisti

Paolo Scaroni: Ad di ENI dal giugno 2005 al maggio 2014. Precedente interessante: dopo essere stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta Mani Pulite ha confessato che nella sua veste di amministratore di Techint aveva per anni pagato miliardi di vecchie lire in mazzette a politici socialisti, socialdemocratici e democristiani patteggiando una pena irrisoria

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002484060 Dan Etete

15 novembre 2009

Alle 11:09 del 15 novembre 2009, la dirigenza NAE/NAOC viene contattata da un mediatore nigeriano di nome Emeka Obi che offre generici servizi di consulenza.

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11- 24 dicembre 2009

L'11 dicembre 2009, l’Ad di NAE Ciro Pagano si incontra con (chief) Olufemi Akinmade, geologo che aveva prima lavorato al Ministero del petrolio con Dan Etete e poi a NAE e che in quel momento rappresentava la società Malabu.

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4 febbraio 2010

Il 4 febbraio Descalzi incontra a cena Obi e Dan Etete a Milano.

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16 febbraio 2010

Descalzi si incontra nuovamente con Obi assieme a Casula e Armanna il 16 febbraio.

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24 febbraio 2010

Il 24 febbraio 2010 Energy Venture Partners Ltd e NAE siglano un Confidentiality Agreement. L’accordo, di 7 pagine, viene firmato da Obi in veste di director di EV e da Casula in veste di chairman di NAE. L’articolo 11 del suddetto CA recita:

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3 marzo 2010

Al momento della firma di quell’accordo ENI aveva solo “visionato fotocopia non integrale” del documento che dava mandato a Obi di trattare per conto di Malabu. Lo dimostra un documento riassuntivo del “Processo di ingaggio sull'OPL 245” inviato alle 14.36 del il 3 marzo 1010 in copia a Descalzi da Donatella Renco, responsabile dei contratti internazionali di ENI presso la sede di San Donato Milanese:

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10 marzo 2010

Claudio Descalzi viene aggiornato da Casula e Ranco passo per passo. Lo dimostra questa mail del 10 marzo 2010:

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9 aprile 2010

Armanna continua però a manifestare insofferenza nei confronti di Obi al quale, il 9 aprile 2010 manda la seguente mail con tono seccato:

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11 aprile 2010

Due giorni dopo aver ricevuto la mail da Armanna, Obi si incontra con Descalzi:

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13 aprile 2010

Il 13 aprile Obi invia un sms al suo socio Gianluca di Nardo, amico di Luigi Bisignani:

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15 aprile 2014

Nei giorni successivi Obi scambia una serie di sms di aggiornamento con Descalzi:

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27 aprile 2010

Alle 16.19 del 27 aprile 2010 l’ENI manda a Obi una sua offerta preliminare. E lo stesso giorno Obi informa Di Nardo degli sviluppi:

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11 maggio 2010

L’11 maggio 2010 i dirigenti ENI stilano una nota di due diligence che ricostruendo la vicenda elenca rischi e “campanelli d’allarme”, o red flags. La nota viene fatta circolare via email:

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25 maggio 2010

Obi invia una nuova mail di aggiornamento a Di Nardo il 25 maggio:

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28 maggio 2010

Con un telex datato 28 maggio 2010 da NAE ordina un bonifico di 500mila euro su un conto svizzero di LGT Bank a favore di Energy venture Partners per pagare l’accesso alla dataroom. Due settimane dopo Obi si incontra nuovamente con Descalzi:

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6, 7 luglio 2010

Il 6 e 7 luglio Obi ri-aggiorna Di Nardo e il 12 invia un sms a Descalzi:

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19 luglio 2010

Il 19 Obi incontra Descalzi:

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12 agosto 2010

Il 12 agosto 2010 Obi scambia sms anche con Casula:

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13 agosto 2010

Il 13 agosto 2010 Scaroni e Descalzi si incontrano con il presidente della Nigeria Jonathan Goodluck:

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28 agosto 2010 e settembre 2010

Al ritorno dalla Nigeria, Descalzi incontra e scambia ripetutamente sms con Obi:

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28 settembre 2010 e 4 ottobre

Il 28 settembre 2010 Luigi Bisignani chiama Agnese Fusco, fidatissima assistente personale di Scaroni all’ENI (e prima all’ENEL). Ecco cosa riportano i brogliacci della Procura di Napoli:

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6 ottobre 2010

Alle 11:09 del 6 ottobre 2010 la Procura intercetta una telefonata tra Bisignani e Scaroni:

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9 ottobre 2010

Alle 14:23 del 09/10/10 Bisignani parla con Di Nardo. E la polizia giudiziaria registra:

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13 ottobre 2010

Il 13 ottobre Obi si incontra con Descalzi a San Donato Milanese:

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14 ottobre 2010

Il giorno dopo, 14 ottobre 2010, alle 13.25 Bisignani riceve una telefonata dalla Fusco, che le passa una persona che gli investigatori hanno individuato in Descalzi:

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16 ottobre 2010

Il 16 ottobre alle 16.55 Bisignani riceve un sms dal cllulare di Agnese Fusco. Che dice:

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27 28 ottobre 2010

Alle 7:09 del 27 ottobre Casula invia una mail a suoi colleghi:

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29 ottobre 2010

Il 29 ottobre Donatell Ranco invia un nuovo aggiornamento a Descalzi:

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30 31 ottobre 2010

Il 30 ottobre Casula con una mail, riferisce a Descalzi di un messaggio avuto da Obi:

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15 novembre 2010

Il 15 novembre alle 19:33 Casula invia un resoconto “urgente” a Descalzi:

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17 novembre 2010

Il 17 novembre Bisignani chiama Di Nardo:

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24 novembre 2010

Il 24 novembre, alle 11:54, Casula riceve una mail in cui viene fatta la “cronologia” dell’attività svolta nei giorni immediatamente precedenti:

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25 novembre 2010

Il 25 novembre 2010 emerge un altro problema: funzionari della Economic and Financial Crimes Commission, EFCC, sorta di Guardia di Finanza nigeriana, arrestano il direttore esecutivo di Saipem in Nigeria Giuseppe Surace assieme a 10 dirigenti della società di costruzioni USA Halliburton accusandoli di corruzione in relazione alla realizzazione di impianti per il gas naturale liquefatto a Bonny Island, in Nigeria. Saipem è controllata da ENI. Il giorno dopo Descalzi ne parla con Obi in un loro incontro a Londra:

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29 novembre 2010

Il 29 novembre Descalzi e Casula si incontrno con Obi:

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18 dicembre 2010

Oltre al problema Abacha, Descalzi deve anche far fronte a quello legato all’accusa di corruzione rivolta a Saipem riguardante un periodo storico in cui lo stesso Descalzi era capo di ENI in Nigeria. E anche in questo, dalle carte del tribunale di Londra risulta aver chiesto aiuto a Obi, il quale si rivolge a un assistenmte del Ministro della giustizia nigeriano, tale Akpata:

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11 gennaio 2011

L’11 gennaio Descalzi si incontra nuovamente con Obi.

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3 febbraio 2011

Il 3 febbraio Descalzi incontra nuovamente Obi a Londra:

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14 Marzo 2011

A marzo 2011, Luigi Bisignani viene chiamato a deporre davanti ai magistrati della Procura di Napoli che stanno indagando sulla cosiddetta vicenda P4:

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31 gennaio 2011

Nel frattempo in Nigeria, i negoziati per la compravendita dell’OPL 245 continuano. Lo dimostra una mail inviata il 31 gennaio da Casula a Descalzi:

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23 febbraio 2011

Il 23 febbraio Armanna invia un altro aggiornamento ai colleghi:

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6 aprile 2011

Il 6 aprile 2011 è Casula ad aggiornare gli altri: 


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18 aprile 2011

San Donato Milanese, 18 aprile 2011

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27 aprile 2011

Il 27 aprile 2011 il CdA dell’ENI finalmente approva lo schema di operazione concordato. Lo conferma una mail inviata alle 17:57 di quel giorno:

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29 aprile 2011

Due giorni dopo, il 29 aprile 2010, in Nigeria viene siglato l’accordo. Lo comunica Pagano con una mail a Casula:

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20 maggio 2011

Il 24 maggio 2011 la somma concordata di un miliardo e 92 milioni di dollari viene bonificata dall’Eni su un conto presso la banca JP Morgan di Londra controllato dal Governo della Nigeria.

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17 luglio 2013

Il 17 luglio 2013, la giudice Gloster dà ragione a Obi e ordina a Malabu di pagare “almeno $110,5 milioni di dollari a Energy Ventures”. Sia Obi/Energy Venture sia Etete/Malabu fanno ricorso contro la decisione e il 14 marzo 2014 il giudice Eder conferma la sentenza e ordina lo scongelamento dei 200 milioni di dollari di Malabu stabilito dal tribunale all’inizio del procedimento. Il giudice stabilisce poi che ottanta di questi sono destinatiti a Obi (e presumibilmente a chi gli aveva finanziato il ricorso in tribunale, cioè Gianluca Di Nardo).

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3 aprile 2014

Il 3 aprile 2014, in un’audizione presso la Commissione Industria del Senato, presieduta dal senatore democratico Massimo Mucchetti, il capo dell’ufficio legale dell’ENI, Massimo Mantovani corrobora le affermazioni di Scaroni:

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