Siamo all'ultimo capitolo di una tipica storia italiana. E il copione è quello solito: dopo decenni di interventi pubblici, cambi di management, piani industriali scritti e buttati al macero, e il tentativo finale di “salvataggio arabo” è arrivato l’inevitabile redde rationem. La responsabilità è di tutti: dello Stato, dei sindacati, dei politici locali e di quelli nazionali. Perché hanno tutti partecipato ad alimentare l'idea che né i dissesti epocali né le difficilissime sfide del mercato giustificano misure che conferiscono una prospettiva strategica credibile. Molto meglio continuare ad avere e dare false speranze visto che si potrà sempre contare sui soldi dei contribuenti. Non stiamo parlando dell’Alitalia. Parliamo dell’Aferpi, o ex Lucchini, il complesso siderurgico di Piombino che sta per fare la stessa fine dell’Alitalia.

Una fine non solo prevedibile, ma in questo caso prevista. Da due anni il nostro giornale spiega infatti che l’ultima soluzione trovata per un’azienda che Lucchini, Fiat, Iri e colossi dell’acciaio russi non hanno trovato il modo di far tornare in attivo, era chiaramente la più improbabile. Eppure sul carro del miliardario algerino Issad Rebrab, produttore di succhi di frutta e commerciante di lavatrici e automobili, sono voluti salire tutti.

Lo stesso signore al quale il 19 aprile il Governo ha comunicato la decisione di inviare “una lettera formale di denuncia delle inadempienze contrattuali”, minacciando “l’avvio della procedura di rescissione del contratto di cessione degli impianti”, due anni e mezzo prima era stato accolto con tutti gli onori nella maestosa Sala dei Galeoni di Palazzo Chigi. In quell’occasione l’allora Primo ministro Matteo Renzi aveva definito l’accordo che adesso si pensa di rescindere “un grande messaggio per gli investitori stranieri e per il futuro di un settore per noi assolutamente decisivo”.

Da quel 9 dicembre 2014 l’azienda che Rebrab ha ribattezzato Aferpi ha perso tre amministratori in meno di tre anni ed è ora governata da una triade composta da un ingegnere che non ha alcuna esperienza di gestione d’azienda, un contabile da mesi in malattia quindi raramente in azienda e dall’ex segretario personale di Rebrab, un trentenne che non parla italiano e quando vede un contratto scritto nella nostra lingua protesta perché non lo capisce.

Nel frattempo alla società tedesca a cui era stato commissionato lo studio ingegneristico dei nuovi impianti non sono state pagate le ultime due rate del contratto, i consulenti internazionali chiamati per trovare una via d’uscita sono stati invitati a tornare a casa loro, il business plan fatto da tre analisti alle prime armi della società di consulenza Oliver Wyman è stato ritenuto insoddisfacente dal Governo, banche disposte a finanziarie i nuovi impianti se ne vedono men che mai, due dei tre laminatoi sono fermi da mesi e, dulcis in fundo, dei 2.200 dipendenti di Aferpi meno di un quinto va ogni giorno al lavoro per tenere in piedi l’azienda e produrre rotaie nell’unico laminatoio ancora attivo.

Ma anche quell’impianto, il cosiddetto “treno rotaie”, ha un'aspettativa di vita brevissima. Non solo Aferpi non ha abbastanza circolante ma neppure contratti aperti con fornitori di semi-lavorato: quello che aveva con Sajian Jindal, fondatore e presidente del gruppo siderurgico indiano Jsw, è scaduto il mese scorso, quello con la Js&p di Naveen Jindal, fratello di Sajian, è stato chiuso nell’aprile del 2016, quando sono finiti i soldi. Stanno inoltre scadendo anche i contratti di vendita. In primis quello con Fs, la cui produzione è previsto si chiuda a settembre. Dopodiché rimarrà solo la commessa delle ferrovie svizzere, ma parliamo di 20mila tonnellate all’anno, cioè meno della produzione mensile necessaria per un laminatoio che vuole essere economicamente sostenibile.

E cosa pensa di fare Rebrab per evitare il potenziale disastro? A Il Sole 24 Ore ha scelto di non rispondere. Ma ai dirigenti di Aferpi non ha esitato a spiegare la sua strategia: mettere il Governo sotto scacco sociale. “Per convincere Roma a intervenire, lui conta su 2.200 persone che scendono in piazza. Sa infatti che l’azienda non potrebbe sopravvivere a una lunga disputa legale che deriverebbe dalla rescissione del contratto di cessione degli impianti. Perché si continuerebbero a perdere fornitori e quote di mercato fino a un punto di non ritorno”, ci dice Fausto Azzi, l’ultimo degli amministratore di Aferpi a essere dimissionato da Rebrab.

Se il Governo dovesse continuare a rifiutarsi di offrire garanzie finanziarie dirette o indirette (nel corso di questi due anni Rebrab ha sperato su Sace e su Cassa depositi e prestiti), l’algerino punta a recuperare parte dei 100 milioni finora investiti a Piombino. “Ridatemi i soldi e me ne torno in Algeria”, ci risulta abbia detto ai suoi interlocutori.

Che Rebrab fosse assolutamente impreparato a raccogliere la difficilissima sfida della ex Lucchini sarebbe dovuto essere evidente a tutti. Ai sindacati, al commissario straordinario Piero Nardi, al Mise e a tutti i politici che lo hanno osannato. Ma si sono lasciati tutti incantare dalle sue irragionevoli promesse occupazionali: non solo avrebbe dato lavoro a tutti i 2.200 dipendenti, ma ne avrebbe assunti degli altri grazie a un progetto che avrebbe combinato una nuova acciaieria con un polo logistico e uno agro-alimentare. Davanti al miraggio dei miliardi algerini nessuno ha voluto vedere la realtà: che Rebrab non sapeva quello che diceva.

“Il commissario Nardi ha provato a convincerlo a non promettere tutti quei posti di lavoro”, ci dice Giovanni Motto, un ingegnere con 40 anni di esperienza siderurgica che il commissario aveva voluto al proprio fianco come consulente tecnico. “Ma Rebrab sa pensare solo in grande. A me ha parlato di un porto che potesse muovere 4 milioni di tonnellate di semi e di un polo agro-alimentare che trasformasse altrettante tonnellate di prodotti”.

E di siderurgia cosa sapeva?

“Mi sono reso conto che non ne capiva nulla quando mi ha chiesto di spostare di 300 metri l’altoforno. Una cosa che tecnicamente non sta né in cielo né in terra”, risponde l’ingegner Motto.

Questo quando Rebrab ancora pensava di riaprire l’altoforno. Un’idea da lui abbandonata da un giorno all’altro senza dare alcun preavviso né a governo né a sindacati, che l’avevano data per acquisita.

“Si può fare un’acciaieria anche se non si è un tecnico. Purché si assumano esperti del settore”, continua Motto. “Ma il suo più stretto collaboratore era un altro algerino più a digiuno di siderurgia di lui.”

Gli esperti, Rebrab ha preferito farli fuori, o ignorarli. Come il primo direttore generale di Aferpi, Adriano Zambon, ex direttore generale del Gruppo Beltrame, un’azienda siderurgica con 2.500 dipendenti e un miliardo e mezzo di fatturato, che in Aferpi è durato pochi mesi.

Oppure Benedikt Niemeyer, consulente tedesco ed ex Ad di Schmolz + Bickenbach AG, un gruppo siderurgico di base a Lucerna che sotto la sua guida ha raggiunto un volume d’affari di oltre quattro miliardi. Chiamato a dicembre dell’anno scorso, Niemeyer ha studiato un piano d’azione presentando una versione preliminare a gennaio e poi una più completa a febbraio. La sua proposta: anziché comprare nuovi impianti ipercostosi, per Aferpi avrebbe avuto molto più senso concentrarsi su un upgrading dei propri impianti. Sarebbero bastati 50/100 milioni di investimenti con un obiettivo di lavorare 600/800mila tonnellate all’anno di acciaio. Senza altoforno o forni elettrici sarebbe però stato necessario avere un rapporto sicuro e su base continuativa con i fornitori. In quel modo si sarebbe potuto far ripartire gli impianti, tenere quote di mercato che si rischiava di perdere e dare prova della propria capacità alle banche che si erano dimostrate riluttanti a finanziare progetti troppo impegnativi. Il messaggio: occorre pragmaticamente partire da quello che avete in casa. E dal mercato. Per non perderlo.

Nell’unica riunione in cui ha avuto dato modo di illustrare il piano alla proprietà, Niemeyer ha parlato in inglese. Quindi Rebrab non ha capito nulla. E il Ceo del gruppo Cevital, la holding algerina proprietaria di Aferpi venuto per l’occasione a Piombino, gli ha fatto una sola domanda: come si fa a trovare semilavorato a poco prezzo?

Insomma, il piano è stato del tutto ignorato. Troppo modesto per i sogni di un faraone della siderurgia che chiedeva impianti nuovi di zecca da centinaia di milioni e non coerente con un obiettivo di produzione di 1,3 milioni di tonnellate all’anno (quota che a detta di Niemeyer né Piombino né il mercato sono in grado di sostenere).

A fare le spese dell’insofferenza di Rebrab per i consulenti è stato anche l’ex banchiere Alessandro Profumo, la cui banca d’investimento, Equita, era stata chiamata a fornire aiuto nella ricerca di capitali. Sulla base di un piano condiviso con la proprietà e il management di Aferpi, nel settembre dell’anno scorso, Equita aveva avviato contatti con il sistema bancario.

Ma poco dopo Rebrab ha scompigliato tutto dimostrandosi improvvisamente interessato ai forni della Leali Steel, un’acciaieria di Borgo Valsugana, in provincia di Trento. Uno scenario ovviamente nuovo per le banche alle quali si erano fino a quel momento chiesti capitali per finanziare nuovi impianti.

Inutile dire che il rapporto con Profumo si è esaurito allora. Lo scorso 19 aprile il Mise ha spiegato di non aver rilevato “significativi avanzamenti sia per quanto riguarda i tempi di realizzazione dei nuovi impianti sia per quanto concerne la copertura finanziaria dell’investimento”.

Si potrebbe pensare che a trenta mesi dal “grande messaggio per gli investitori stranieri”, Piombino sia tornata al punto di partenza. Ma si sbaglierebbe.

“All’inizio del 2015 avevamo il cosiddetto treno vergella che produceva circa 300mila tonnellate e il treno barre che ne produceva altre 150mila”, spiega l’ingegner Motto. “Adesso quei laminatoi sono fermi, dopo aver prodotto appena 150mila tonnellate tra tutti e due nel 2016. Insomma la situazione è molto peggiore di due anni fa. Perché nel frattempo l’azienda ha perso credibilità e clienti”.

Una cosa è comunque chiara. Come ci dice l’ex amministratore Azzi, “per risolvere la complessità di Piombino serve un’expertise siderurgica, cosa che Rebrab ha dimostrato di non avere.”

Chi non ha perso niente è la persona che ci ha regalato Rebrab, il Commissario straordinario Nardi, il cui mandato è stato prima quello di trovare l’acquirente migliore e poi di vigilare sulla gestione dell’azienda. Per il suo lavoro nei primi due anni di lavoro l’amministrazione straordinaria ha pagato a Nardi la somma complessiva di 2.339.139,88 euro.

Per sapere quale sarà il compenso per i 17 mesi successivi da lui trascorsi con un ruolo di supervisione di Aferpi trascorso occorre aspettare la conclusione della procedura di liquidazione della Lucchini, quando Nardi emetterà la sua ultima fattura. Abbiamo chiesto al Mise se è in grado di stimarne l’ammontare, ma ci è stato detto che “il compenso dei commissari straordinari non è predeterminato” e che “non è possibile prevedere al momento quello che sarà il compenso finale nel caso in questione”. Ci sentiamo comunque di poter anticipare che sarà superiore a quanto hanno preso i dipendenti di Aferpi negli stessi 17 mesi da loro passati in cassa integrazione o contratto di solidarietà. 


LA STORIA DIVENTATA FARSA
A raccontarla ora quella dell’ultimo salvataggio dell’ex Lucchini pare una farsa.

Tutto ha inizio il 21 dicembre del 2012, quando l’allora ministro Corrado Passera nomina commissario straordinario Piero Nardi, un ex manager della siderurgia di Stato, affidandogli il compito di trovare un acquirente per un’azienda che aveva consegnato i libri contabili al Tribunale di Livorno.

Per un anno e mezzo Nardi si adopera per evitare il cosiddetto spezzatino degli impianti di Piombino e trovare un futuro occupazionale ai 2.200 dipendenti dell’ex Lucchini. Il suo compito è indubbiamente arduo. Anche perché a farsi avanti per Piombino sono in pochi. E quei pochi vengono immediatamente accolti con entusiasmo da politici e sindacalisti anche se assolutamente inadatti.

Quando arriva il giordano Khaled Jamil Ali Al Habahbeh, la cui azienda era stata costituita a Tunisi pochi mesi prima con un capitale di appena 1,5 milioni di dollari, tutti - dalla Fiom al governatore della Toscana Enrico Rossi - si fanno ammaliare dalle sue promesse di salvare i posti di lavoro costruendo hotel a 5 stelle e centri congressi. “Sulla carta è il miglior progetto auspicabile, quello che rispecchia tutti i desiderata delle istituzioni e dei lavoratori, ” dichiara Rossi dopo averlo incontrato.

Al team di Nardi basta invece fare alcune ricerche in internet per scoprire che il giordano era stato oggetto di un mandato di cattura per truffa e quindi sbattergli la porta in faccia.

L’unica proposta concreta arriva nel 2014 da Sajian Jindal, del gruppo siderurgico indiano Jsw. Il problema è che a Jindal interessano solo i tre laminatoi. Il semiprodotto conta di produrlo in India, dove ovviamente costerebbe molto meno. Quindi propone di dare occupazione solo a 7/800 persone (chiedendo anche per quelle ingenti contributi statali).

“Ho cercato di convincere Jindal a fare almeno un forno elettrico a Piombino. Ma lui temeva che l’investimento sarebbe stato troppo alto”, ricorda l’ingegnere Motto, all’epoca consulente tecnico del commissario Nardi.

La proposta di Jindal ovviamente non piace né a sindacati né a politici locali e regionali (Rossi era sotto elezioni), che anziché sostenere l’apertura di un negoziato concreto si buttano nelle braccia del miliardario del Sahara, Issad Rebrab.

Come diverrà drammaticamente evidente, l’algerino non sa nulla di acciaio. E forse neppure d’imprenditoria, visto che, a detta di suoi ex dipendenti, non ha mai capito l’importanza del circolante per finanziare le attività dei suoi impianti.

Le sue promesse faraoniche hanno un impatto deflagrante e riescono a convincere anche Nardi e il Governo anche se alla prova dei fatti, come aveva ammonito il nostro giornale, il suo si rivela un miraggio.

L’ironia è che la scelta dell’algerino ha avuto per i contribuenti un costo non dissimile da quello che avrebbe potuto avere il piano di Jindal. Il Sole 24 Ore ha infatti appurato che, nonostante i suoi piani fossero appunto faraonici anche dal punto di vista occupazionale, l’imprenditore algerino non ha mai pagato stipendi a molte più persone di quante sarebbero state occupate da Jindal. Con una differenza sostanziale: se adesso fossero parte del gruppo Jsw, probabilmente i laminatoi sarebbero tutti e tre attivi.

Da quando Rebrab ha rilevato l’azienda, il 1º luglio 2015, oltre mille dipendenti sono stati tenuti in Cassa integrazione per 15 mesi. E quando in base agli accordi di vendita Aferpi ha dovuto assumere tutti i dipendenti dell’ex Lucchini, li ha messi immediatamente in solidarietà. Dove sono rimasti fino a oggi.

A il Sole 24 Ore risulta che tra il gennaio 2016 e il febbraio 2017, i dipendenti di Aferpi abbiano fatto 1.912.746 ore di solidarietà, per le quali ha ricevuto13,289,859 euro. Dalle casse dell’Inps e non di Rebrab.

Quel piano di solidarietà scadrà però a giugno. E sebbene Aferpi abbia chiesto una proroga di altri due anni, il problema è che, da quel che ci è stato detto, con un singolo laminatoio in funzione, dal 1º gennaio 2017 in Aferpi lavorano meno di 350 persone. Poiché la percentuale minima di lavoratori attivi richiesta dai piani di solidarietà è del 40% dei dipendenti, c’è insomma il rischio che manchino le condizioni per rinnovare quell’ammortizzatore. Il che farebbe cadere Piombino nel caos sociale.