Pochi in Italia hanno sentito nominare Enrica Maria Aristidina Pinetti. O la Finasi Spa, società di ingegneria di cui è proprietaria. Ma la Fincantieri sanno tutti cosa è: l'ultimo esemplare della storica cantieristica italiana.

La perquisizione dell'abitazione di Pinetti e degli uffici della Finasi avvenuta ieri a Milano poteva dunque passare inosservata, ma non quella della sede genovese di Fincantieri, controllata al 99,4% da Cassa Depositi e Prestiti attraverso Fintecna.

Condotte dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Milano comandato dal colonnello Vito Giordano, le perquisizioni sono state richieste dai sostituti Roberto Pellicano e Paolo Filippini, nell'ambito di un'inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo.

L'inchiesta nasce come stralcio di un'indagine del 2008 che interessava un fiduciario svizzero, Giovanni Guastalla. Tra i suoi clienti c'era Francesco Belsito, l'ex tesoriere della Lega arrestato nell'aprile scorso e successivamente scarcerato. Intercettando il cellulare di Belsito il team di investigatori del Nucleo di Polizia Tributaria è venuto a conoscenza di alcuni affari che sul finire del 2009 il cassiere di Bossi stava trattando in veste di consigliere di amministrazione di Fincantieri. Si parla della vendita di pattugliatori e corvette che i finanzieri sospettano non solo avrebbero previsto il versamento di tangenti a militari libici ma anche il retropagamento di parte dei soldi a Belsito e alla sua cricca.
Belsito avrebbe avuto un complice dentro Fincantieri, l'ingegnere genovese Stefano Lombardelli (che nel dicembre del 2011 sarà costretto da Fincantieri a dimettersi).

Per via forse dell'arresto del fiduciario svizzero Guastalla, l'operazione non è stata mai portata a termine, ma il testo di alcune telefonate intercorse tra Belsito e Lombardelli di cui Il Sole 24 Ore è in possesso ci ha permesso di ricostruire il piano.

Nelle telefonate si descrive un accordo con alcuni militari libici che chiedevano una percentuale della commissione di intermediazione che Fincantieri avrebbe riconosciuto all'agente (che secondo i supposti piani sarebbe dovuto essere gestito da una «signora», probabilmente identificata dagli inquirenti in Enrica Pinetti).

I libici si sarebbero impegnati a pagare un anticipo insolitamente congruo a Fincantieri, ma in cambio chiedevano che il 50% della loro quota fosse saldato al momento del pagamento dell'anticipo.

«Con i libici abbiamo discusso (…) Hanno intenzione di dare un anticipo molto forte, dal 15 al 30% di anticipo sulla commessa. È chiaro che però ci hanno chiesto che il 50% della commissione venga pagato sull'anticipo», spiega Lombardelli. Al che Belsito risponde: «Tanto la signora la facciamo ragionare».

Che una parte della commissione di agenzia discussa fosse apparentemente destinata a essere retrocessa emerge da uno scambio successivo.

Belsito: «Ma l'uno per cento, lo paga a noi come provvigione...?
Lombardelli: «(…) Deve dare all'agente un certo X… a questo X somma l'uno per cento».
Belsito: «Ah... e quindi l'uno è per noi?»
Lombardelli: «Esatto».
Belsito: «Perfetto, va bene».

Contattata telefonicamente da Il Sole 24 Ore, Enrica Pinetti ha confermato di conoscere Belsito ma ha negato di avere discusso con lui di contratti di agenzia, o di aver mai negoziato la vendita di navi Fincantieri in Libia. «Non ho nulla a che vedere con questa cosa… I fatti non sussistono», ci ha detto.

E la Fincantieri? Come abbiamo detto l'affare non si è mai concretizzato, ma l'azienda cantieristica era al corrente delle trame di Belsito? Glielo abbiamo chiesto.

«Fincantieri ribadisce… di non aver mai concluso alcun contratto con la Libia, perché non se ne sono verificate le condizioni» ci è stato risposto. «Fincantieri tutelerà il proprio buon nome e la correttezza del proprio operato in tutte le sedi e contro tutti coloro che partecipano a queste operazioni di sciacallaggio».

Resta il fatto che in un'intervista concessa l'anno scorso, l'amministrazione delegato Giuseppe Bono ci aveva assicurato che Belsito non aveva mai svolto alcun ruolo operativo nella sua azienda. Né aveva mai trattato con clienti. Un'intercettazione del 2 dicembre 2009 lo aveva però smentito. Nella conversazione Belsito spiegava infatti a Bono di avere entrature nel mondo militare libico e di avere preparato una bozza di una lettera da inviare a Tripoli a nome dell'azienda cantieristica.

Belsito: «Se mi dai l'ok, vado avanti…»
Bono: «Perfetto».
E Belsito aveva poi confermato: «Sul canale militare ci penso io».

Come avrebbe potuto pensarci, non è chiaro. Certo è che Enrica Pinetti aveva buone entrature nella Libia di Gheddafi. A confermarlo è anche un altro procedimento giudiziario, quello che ha riguardato la cosiddetta extraordinary rendition dell'egiziano residente a Milano Abu Omar.

Per potersi difendere, uno degli accusati, il dirigente del Sismi Marco Mancini, aveva formalmente chiesto accesso a svariati incartamenti in possesso del servizio di intelligence. Il 17 gennaio 2007, i suoi avvocati avevano così inviato una lettera al direttore del Sismi in cui chiedevano una serie di verifiche su operazioni o incartamenti. Una riguardava proprio Finasi. Gli avvocati avevano chiesto se risultasse «agli atti della Divisione del Servizio di appartenenza del Dott. Mancini… (che Finasi) otterrebbe regolarmente i pagamenti di tutte le commesse (ricordiamo che opera in una vastissima gamma commerciale) ricevendo con molta facilità visti di ingresso e trattamenti privilegiati in relazione ai contatti stabiliti con alte personalita libiche. Da evidenziare inoltre che, in via strettamente confidenziale, si è potuto apprendere che Finasi Spa sarebbe un ottimo 'vettore' per stabilire rapporti commerciali con personalità diplomatiche e militari libiche vicine al Colonnello».