Ha lasciato il suo Paese a 16 anni perché temeva di non farcela in un villaggio di mille abitanti, e perché era troppo fragile per il duro lavoro nei campi di famiglia al quale si erano assoggettati i suoi fratelli.

Ha così viaggiato per oltre 500 chilometri verso nord. Da solo. Ha attraversato il corso d’acqua che separava il suo Paese dagli Stati Uniti e messo il piede sul suolo americano senza visto o documenti d’ingresso. Soltanto nella speranza di non essere rigettato.

Quel rischio c’era. Perché negli Usa c’era gente – anche molto influente – che non voleva più immigrati dal suo Paese, gente che aveva messo in discussione l’intelligenza dei suoi compatrioti e dubitato della possibilità che potessero assimilarsi nella società americana.

“Quelli che vengono qui, sono generalmente i più stupidi della loro nazione”, aveva dichiarato uno dei più influenti di quei critici, lamentandosi del fatto che “stando ammucchiati tra loro” questi immigrati avrebbero “imposto la loro lingua e i loro costumi, a danno dei nostri”.

Se il nome di quell’adolescente fosse stato Federico Triunfo (“briscola” in spagnolo, Ndr), il suo Paese fosse stato il Messico e quel viaggio fosse avvenuto oggi, sarebbe stato richiuso in un centro di accoglienza con altri duemila minorenni stranieri. E probabilmente rispedito a casa.

Ma il suo nome era Friederich Trump, era tedesco, il viaggio è avvenuto 133 anni orsono e il ragazzo è stato lasciato entrare. Suo nipote oggi siede nell’Ufficio Ovale.

La persona che ha reso possibile a Donald J. Trump di diventare il 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, ha lasciato il suo villaggio in Baviera come un “migrante economico” scegliendo di ignorare i sentimenti anti-immigrati come citati sopra di un “padre della patria” quale Benjamin Franklin. E’ giunto negli Usa senza far domanda, senza visto, senza alcuna pre-approvazione. Il 19 ottobre 1885 è arrivato a New York a bordo della SS Eider sperando che gli agenti americani non lo riconoscessero come un “lunatico” o “una persona incapace di mantenersi da solo/a senza costar nulla allo Stato” e quindi lasciassero che disinbarcasse in aderenza con la legge sull’immigrazione approvata nel 1882.

“Fino a 1891 non veniva fatta alcuna selezione in partenza. Solo con le leggi posteriori più ristrettive, soprattutto in materia di salute e condizioni mediche, si è cominciato a fare selezione nel porto d’arrivo in modo sistematico”, ci spiega Susan Martin, Professoressa Emerita di “Migrazione Internazionale” alla Georgetown University di Washington.

Quell’adolescente tedesco è stato accolto negli Usa, ha americanizzato il suo nome di battesimo in Frederick e, nel giro di sette anni ha ottenuto la cittadinanza statunitense. Centoventiquattro anni dopo, suo nipote sta servendosi di quei sentimenti anti-immigrati che gli avrebbero negato accesso per negare ad adolescenti latinoamericani la stessa opportunità di vita.

La parola ipocrisia è spesso abusata in politica. Ma in questo caso è decisamente appropriata.