Altro che stress test! Qui il test che ci vorrebbe per le grandi banche mondiali è l’integrity test - l’esame di rettitudine.

A sei anni dall’esplosione della più grave crisi finanziario-economica della storia moderna per i colossi della finanza internazionale sembra infatti che le regole rimangano tuttora un optional.

Dopo i mutui subprime e i derivati, dopo la manipolazione dei tassi interbancari Libor ed Euribor, stanno adesso venendo alla luce le dimensioni dell’ultimo scandalo, quello della manipolazione dei tassi di cambio.

A segnalarle, indirettamente, sono le trimestrali dei maggiori istituti finanziari al mondo rese pubbliche negli ultimi giorni.

Il Sole 24 Ore ha calcolato che soltanto otto tra le maggiori banche – le americane JP Morgan Chase e Citibank, le britanniche Barclays, Hsbc e Royal Bank of Scotland, le svizzere Ubs e Credit Suisse e la tedesca Deutsche Bank (vedi i dati sotto) - hanno accantonato oltre otto miliardi di dollari in previsione di nuove multe che le autorità di vigilanza europee e statunitensi si preparano a comminare.

E pur grande che sia, secondo i calcoli degli esperti, questa cifra non si avvicinerà neppure quello che questi e altri colossi finanziari saranno con tutta probabilità costretti a pagare tra sanzioni e cause per danni dei clienti danneggiati. Le stime che circolano variano tra i 30 e i 40 miliardi di dollari.

Al nostro giornale risulta inoltre che questa volta il Dipartimento di Giustizia americano sia intenzionato ad andare oltre le punizioni pecuniarie.

Oltre al rinvio a giudizio di vari individui, Washington sta infatti considerando anche quello di almeno un istituto finanziario americano.

Ogni giorno nel mondo si scambia valuta per oltre 5 miliardi di dollari, un volume di dieci volte superiore a quello registrato quotidianamente da tutte le Borse messe insieme.

Questo colossale mercato è incredibilmente circoscritto: dai dati della Banca dei regolamenti internazionali risulta infatti che Londra e New York da sole ne rappresentino il 60% (la prima con il 41% e la seconda con il 19). E secondo uno studio di Euromoney International Investor, quattro banche - Deutsche Bank, Ubs, Barclays e Citibank – hanno insieme una quota del 53,5% dell’intero mercato.

In un settore allo stesso tempo così ricco e così ristretto, le manipolazioni sono dunque tanto straordinariamente remunerative quanto incredibilmente facili. Molto più facile dell’impacchettamento e della vendita di astrusi prodotti-fregatura.

Ciò che è accertato è che i trader delle banche interessate si scambiavano informazioni tramite messaggi istantanei e poi, sulla base degli ordini che ricevevano, operavano sul mercato concordando i tassi di riferimento usati dai grandi fondi pensione o fondi di investimento per saldare i propri scambi in valuta estera.

Insomma, pochi click su una tastiera e - puff! – si incameravano milioni. A spese dei clienti ovviamente.

Il cui tasso cambio diventava impercepibilmente meno buono. Le autorità di vigilanza e quelle giudiziarie di Washington, Londra, Francoforte e Berna stanno adesso cercando di accertare se quelle manipolazioni erano condotte dai trader senza la complicità delle banche, ovvero ci fosse una sorta di “cartello” tra le banche finalizzato alla manipolazione dei cambi delle valute.

Da parte loro gli istituti finanziari stanno da mesi tentando un veloce ripulisti interno.

Pochi giorni fa Rabobank, la banca olandese che l’anno scorso ha avuto una multa di 980 milioni di dollari per le sue manipolazioni sul mercato dei tassi di interesse, ha prima sospeso e poi spinto alle dimissioni due suoi trader di base a Londra.

Sempre nella capitale inglese, Hsbc ha licenziato due suoi trader, mentre Ubs ne ha sospesi sette tra New York, Londra, Singapore e Zurigo. Lo stesso è successo a Barclays, Citigroup, Royal Bank of Scotland, Standard Chartered e JP Morgan Chase.

L’obiettivo delle banche è chiaramente quello di contenere i danni dimostrando alle autorità di vigilanza che le manipolazioni erano il frutto di “mele marce”. Oppure in seconda battuta, di problemi di compliance interna ai quali hanno saputo porre rimedio.

Questa versione minimalista non convince però esperti come Joy Rajiv, un ex trader di Deutsche Bank, il quale ritiene che il grado di complicità e/o connivenza necessario per riuscire a manipolare quasi metodicamente il mercato sia troppo alto per singoli individui. E che quindi difficilmente possa essere solo un caso di mancato o insufficiente controllo.

Le poche dichiarazioni rilasciate finora dai controllori lasciano infatti pensare che il fenomeno sia stato “sistemico”.

Martin Wheatle, direttore della Financial conduct authority, o Fca, l’organo di vigilanza britannico, ha paragonato la gravità delle manipolazioni sul mercato dei cambi valutari a quelle sui tassi Libor ed Euribor.

Mentre Nemat Shakik, uno dei quattro vice-governatori della Banca d’Inghilterra, ha parlato di “una serie di incredibili casi di cattiva condotta”.

Insolitamente duro è stato anche il comunicato con cui la Commissione della concorrenza svizzera, Comco, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta a carico di quattro istituti bancari elvetici – Ubs, Credit Suisse, Julius Bär e Zürcher Kantonalbank, la banca cantonale di Zurigo – e quattro stranieri - Jp Morgan Chase, Citigroup, Barclays e Royal Bank of Scotland.

“Sussistono indizi secondo i quali tra queste banche sono stati stretti accordi per manipolare il tasso di cambio commercio delle valute”, si legge nella nota. Che continua: “I possibili comportamenti riguardano, in particolare, i seguenti fatti: lo scambio di informazioni riservate, il coordinamento generale riguardo all’acquisto e alla vendita di valute a un livello di prezzo concordato, azioni coordinate per influenzare il Wm/Reuters Fix (uno dei principali benchmark usati negli scambi valutari, Ndr), così come il coordinamento di acquisto e vendita di valute in relazione a determinate controparti”.

La Commissione ha poi aggiunto di non poter “per il momento escludere che altre banche o intermediari finanziari, o broker siano coinvolti nei presunti accordi”.

Negli Stati Uniti la portata di questo ennesimo scandalo del settore finanziario ha invece spinto le procure interessate a considerare una strada finora mai percorsa: quella di accusare gli istituti e non solo gli individui coinvolti.

Da quando è scoppiata la crisi finanziaria, l’Amministrazione Obama non ha infatti mai messo sotto processo una singola banca o un singolo top manager finanziario. Ma questa volta sembra sarà diverso.

“Le banche stesse sono ora nel mirino dei magistrati. E anche se qualora finisse in patteggiamenti, penso che stavolta ci saranno ammissioni di colpa”, dice un ex procuratore passato al settore finanziario.

Chi sicuramente intende far pagare un conto salato alle banche è la clientela a cui è stato fatto pagare il costo delle manipolazioni valutarie.

A partire dai dodici fondi-pensione e di investimento che hanno depositato una class action presso il tribunale federale di New York contro il gotha della finanza mondiale, e cioè Bank of America, Barclays, Bnp Paribas, Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs, Hsbc, Jp Morgan Chase, Morgan Stanley, Royal Bank of Scotland e Ubs.

Alla fine dei conti Autonomous, società di ricerca fondata dall’ex capo dell’ufficio studi di Merrill Lynch Stuart Graham, ha stimato che le banche mondiali si troveranno a dover pagare 35 miliardi di dollari.

Gli analisti di Citigroup sono addirittura stati ancor più pessimisti, prevedendo un conto finale di 41 miliardi.

Glissando diplomaticamente sul loro stesso gruppo bancario, che come abbiamo detto è quello con la maggiore quota del mercato valutario, gli esperti di Citi hanno previsto per Deutsche Bank un costo totale di 6,5 miliardi. Mentre per Barclays si parlerebbe di 4,8 miliardi e per Ubs di 4,3.

Qualunque saranno le cifre, non c’è dubbio che il conto di quest’ultimo scandalo finanziario sarà salato.

Eppure pochi pensano che basterà a cambiare la cultura dominante nel settore. “I mercati finanziari sono per loro natura aggressivi, mossi dalla fame di profitto immediato e con pochi freni”, osserva John Bates, responsabile strategico di Software AG, società di piattaforme elettroniche finanziarie che offre anche un programma di segnalazione di sospette manipolazioni valutarie.

Forse aiuterebbe però se alle banche non fosse concesso di dedurre le multe dal loro imponibile. Si è calcolato per esempio che su un totale di 13 miliardi di dollari di multe finora pagate, Jp Morgan Chase ne abbia potuti dedurre dalle tasse almeno sette.